ATTORNO AL FOCOLARE CON IL PROF.MONS.G.CREMASCOLI

Si scrive e si ripete da tutte le parti che molti affanni dello spirito, oggi, nascono da noi stessi, vittime di una contraddizione di cui non riusciamo ad accorgerci e con la quale, forse, anche ci trastulliamo un po’. Si tratta di questo. Siamo sempre meno carichi di fiducia e di speranza nelle cose che vediamo e nei pensieri espressi persino nelle sedi più alte, eppure ci torturiamo senza fine con interrogativi e quesiti formulati in mille modi, con dibattiti, tavole rotonde e convegni, così numerosi che si finisce col perderne il conto, oltre che l’attesa di qualche loro utilità. Diciamo subito che, se questo lamento è fondato, tra i colpevoli ci siamo anche noi, sia pure – si spera – senza gravi colpe e senza disturbare oltre i limiti concessi. Nel nostro piccolo insistiamo, infatti, nell’evocare interrogativi e problemi di antica data, avvertiti ovunque e in ogni tempo, procedendo imperterriti in percorsi sui quali le ombre sembrano non diradarsi mai.
Difficile, almeno a tutta prima – come si è appena detto – è anche capire l’utilità e il meccanismo delle tavole rotonde alle quali, quasi per statuto, prendono parte i rappresentanti di tutte le opinioni che girano sul mercato riguardo al tema che è stato prescelto. I vari punti di vista sono, dunque, quasi sempre già noti agli invitati all’ascolto, ed è fin troppo facile prevedere che, alla fine, i risultati saranno modesti, soprattutto se ad ispirare il dibattito non saranno intendimenti sinceri, ma o l’idolatria di se stessi e delle proprie opinioni o l’obbligo di offrire incenso a poteri intoccabili e da cui si dipende nella carriera, specialmente se, in questa, ci si agita – ahimé – nei vari settori dell’economia o della politica. Peggio ancora – va da sé – se i tempi e le strutture del potere offrono dottrine preconfezionate o obblighi in forma di diktat, di fronte ai quali non resta che piegare il capo.
Che dire e che fare allora? Siamo qui a difendere posizioni qualunquiste e atteggiamenti dettati da scetticismo o, peggio ancora, da orgoglio intellettuale? Niente affatto e ci si muove, anzi, nella speranza di evitare proprio questi e simili errori. Punto di partenza dovrebbe essere la capacità di distinguere tra le grandi verità da cui nascono i più sublimi ideali, e il quadro concreto e umile dei criteri a cui attenersi nella ferialità e nel vissuto per non essere travolti dall’inganno e dal male. Tra questi due ambiti ci sono senza dubbio dei vincoli, anzi è proprio sul retto modo di avvertirli e di tenerne conto che la partita si gioca. Guai, ad esempio, a strumentalizzare i grandi valori o le più venerande istituzioni per coprire piccoli calcoli o per ottenere miserevoli e tristi vantaggi. Tutti noi abbiamo conosciuto casi concreti in cui le cose andarono proprio in questo modo, e Dio ci preservi dal finire vittime di tali intrugli.
I grandi principi e i nobili ideali devono essere fonte di ispirazione per le scelte da compiere nel concreto e nel quotidiano, ma guai se – banalizzandoli – restano offesi i diritti dei singoli e violata la loro libertà. Ne consegue, dunque, che ci sono ambiti, sia nella sfera squisitamente intellettuale sia nei meandri della prassi, in cui l’opinabile deve trovare accoglienza e rispetto, perché solo in questo modo la convivenza, nei brevi giorni a noi concessi, potrà non essere funestata dalle tragedie che hanno già rattristato e, a volte, insanguinato il corso della storia.
Si può, forse, provare tristezza a leggere ed a scrivere di queste cose, perché balzano alla mente le difficoltà e i grovigli nei quali si ha sempre l’impressione di finire avviluppati. Un buon criterio, in ogni caso, sarà sempre il confronto con la realtà. Conosciamo sofferenze inevitabili ma altre da ritenere superabili, e sono quelle causate da pregiudizi, misere idolatrie, torbidi vincoli con piccoli e tristi poteri. Scongiurarle o sconfiggerle sarebbe già una grande vittoria.
Giuseppe

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