Interessante incontro con il prof.mons.Giuseppe Cremascoli

È ben noto che i rapporti interpersonali, nei giorni in cui viviamo, sono segnati dal dramma dell’incomunicabilità. Il pensiero va subito ai film di Antonioni, di Bergman e di Rohmer, per non dire di una serie di altri, sullo stesso tema, che oggi spadroneggiano sul mercato. Possiamo però vedere il tutto anche da particolari prospettive, ove il dramma si tinge di aspetti di comicità. Quest’operazione ogni tanto va compiuta, anche per il desiderio di togliere a ciò che è tragico il suo potere distruttivo e devastante. Sto pensando ad alcuni casi in cui una qualche comunicazione si compie fra gli individui, ma solo perché c’è chi vuol parlare di sé e aggancia, per questo, sventurati a cui raccontare, con dovizia di dettagli, i guai da cui è travagliata la sua vita, o, in casi opposti, i successi e i trionfi conseguiti.
In genere l’ambito del discorso si amplifica nell’impeto oratorio, e il ragguaglio sia dei dolori sia dei successi si estende alla cerchia dei parenti e degli amici. L’individuo agganciato e destinatario delle confidenze e dei racconti, è, scelto, in genere, fra chi si sente costretto, per i più diversi motivi, a stare a quanto impongono le circostanze. C’è solo da aggiungere che dovrà far appello alle risorse sia delle umane sia delle cristiane virtù. Fra queste ultime c’è da pensare soprattutto – data la situazione – alla carità, fondamentale per la vita cristiana e tra le più ardue ad essere praticata.
Immaginatevi di essere bloccato – per i motivi di cui sopra – da qualcuno mentre camminate per strada e siete di fretta. Oltre la sventura del blocco, può essere che il discorso cada sulle malattie che affliggono la persona incontrata, incline a credere che il tema dei propri guai abbia potere di suscitare attenzione e interesse. Per richiami ed analogie possono entrare, nel quadro evocato, parenti ed amici, ciascuno indicato come esempio di problemi di salute da cui capita di essere colpiti. Quest’ultima situazione impone all’ascoltatore di essere particolarmente cauto, soprattutto se, per mostrarsi partecipe al dialogo, sente di dover dire qualcosa anche lui. Lo faccia, ma senza scendere a precisi dettagli, per non correre il pericolo di attribuire al cugino A la malattia dello zio B, o di confondersi citando i nomi dei medici curanti e dei farmaci prescritti. Errori di questo tipo sarebbero una rovina e prova evidente di scarsa e negligente partecipazione.
Preso da desiderio di comunicare col prossimo potrebbe essere, invece, un individuo propenso a subire assalti di euforia, che si riversano, in genere, sugli sventurati con i quali, per vari motivi, avvengono degli incontri. Facciamo l’ipotesi di una zia che vive sola e che ha dei nipoti a cui è tanto affezionata. Mi trovai, molti anni fa, in una situazione di questo tipo alla stazione di Terontola, in attesa di un treno che sarebbe arrivato con più di un’ora di ritardo. Conoscevo vagamente la suddetta zia, che si premurò di non lasciarmi solo, mettendosi anzi, con fermezza, al timone in quello che avrebbe dovuto essere lo scambio dei nostri pensieri. Ebbi, così, un quadro completo e aggiornatissimo delle eccezionali qualità di ogni suo nipote, strabilianti al dire dei genitori e delle maestre. Resto in attesa che a qualcuno di loro sia assegnato il Nobel.
La realtà è complessa e, a quanto pare, il problema non è tanto l’incomunicabilità, ma il retto modo di comunicare. Bisogna tener conto che esistono anche gli altri, con spazi che non debbono essere aggrediti e devastati. Primum non nocere. È questa la base di ogni virtù.
Giuseppe Cremascoli

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