incontro con il prof.mons. giuseppe cremascoli

L’essermi avventurato tra le difficoltà del tema dell’ultimo intervento, mi dà una qualche trepidazione e, persino, un vago senso di colpa. È vero che, sulle sorti del cristianesimo, hanno disquisito prelati di primo piano e teologi di chiara fama da me scrupolosamente citati, tanto per mettermi nella scia dei nani che salgono sulle spalle dei giganti. Si vede, però, che ciò non basta, se mi torna alla mente l’errore noto anche a certi miti del mondo greco ed evocato dai costruttori della torre di Babele, impegnati in ardue scalate sino ai cieli e, per questo, sconfitti. Mi esprimo così perché un pio sacerdote mi ha rivolto un garbato rimprovero per aver elencato tutti quegli interrogativi sul futuro del cristianesimo, imprigionando in essi – a suo dire – ciò che deve essere accolto sempre e solo con le risorse della fede, delle quali non mancherà mai il dono di Dio.
Tutto ciò è verissimo, ma si sa che il nostro intelletto ha i suoi compiti a cui sarebbe improprio sottrarsi, anche quando lo sguardo si protende fino agli invisibilia Dei. Quanto alle sorti del cristianesimo, qualche osservazione potrà pure essere fatta, purché ci si renda conto di come sia difficile muoversi in problemi così ardui. Sotto gli occhi di tutti e incontestabili mi sembrano queste due situazioni: da una parte la diminuzione dei praticanti e, dall’altra, la consapevolezza sempre più chiara, in chi resta nella Chiesa, di ciò che significa la fede cristiana, accolta per tradizione ma da custodire e da trasmettere con adesione limpida, meditata e serena. Soprattutto la prima delle due situazioni è il risultato di trasformazioni ben note da cui la società è stata raggiunta, dopo secoli nei quali tutto era nelle mani della Chiesa, dalla cultura alle istituzioni ospedaliere, dalle strutture della politica a quelle dell’economia.
In una compagine sociale di quel tipo, potevano sorgere solo con grandi difficoltà spazi per quella che noi definiamo la laicità. Si determinavano, anzi, situazioni in cui – specie tra i potenti – non pochi sceglievano forme di appartenenza all’istituzione cristiana, nelle quali, però, l’omaggio alla convenienza e all’opportunità aveva un ruolo sin troppo determinante. Ovviamente questo non chiarisce tutto e potrebbe, anzi, non spiegare quasi nulla, perché il cuore del problema – riguardo al presente e al futuro della condizione cristiana – sta nella difficoltà sempre crescente, da cui sono colpiti gli individui e le masse, nei confronti della trascendenza, cioè del sovrumano e del divino, per la precisa volontà di fermarsi a ciò che è terrestre, concreto e verificabile.
Da questo punto di vista ci differenziamo anche da tante culture precristiane o extracristiane nelle quali era fortissimo il senso del divino, recepito, magari, in un orizzonte politeista, ma pur sempre attento a entità di sovrumana natura a cui riferire la sete di assoluto ben nota ai nostri cuori. È proprio questo anelito che si attenua e si spegne nelle certezze dominanti, quando, addirittura, non è oggetto di condanna o di disprezzo per ciò che, in esso, potrebbe insinuarsi di inutile o di alienante. Ma allora, distrutti o accantonati i punti di forza ritenuti di valore assoluto negli anfratti dei nostri smarrimenti e delle nostre incertezze, dove potremo trovare risorse sufficienti per sostenere lo spirito così da fornire ancore di salvezza e porti sicuri all’eterno nostro vagare?
Scrivo queste cose sempre più convinto di quanto leggo nel libro della Sapienza: «I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni, perché un corpo corruttibile appesantisce l’anima». Ciò vale – e soprattutto – anche per le cose divine e per la retta comprensione dell’evento cristiano. Bisogna muoversi con slancio e con fermezza, stando, però, soprattutto all’interno delle categorie della sola fides. L’impresa è grandiosa, e ad essa siamo tutti chiamati. Ne parleremo anche, con timore e tremore.
Giuseppe Cremascoli

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