l’incontro con il prof.mons.Giuseppe Cremascoli

Fece molto scalpore, negli anni del dopoguerra, la lettera pastorale del cardinale di Parigi, Emmanuel Suhard, pubblicata nel 1947 con il titolo «Essor ou déclin de l’Eglise?», reso in italiano da Camillo De Piaz, nella sua versione, con «Agonia della Chiesa?», anche se ho visto – e la cosa mi ha incuriosito – delle citazioni, sia del testo francese sia della versione italiana, nelle quali il punto interrogativo non c’è. Il beneficio del dubbio è accolto, invece, in due altri scritti dedicati, press’a poco, allo stesso tema. A firma di Jean Delumeau uscì, infatti, tradotto in Italia, il saggio: «Il cristianesimo sta per morire?», seguito, nel 1999, da quello di Jean Marie Roger Tillard, ove l’interrogativo è formulato così: «Siamo gli ultimi cristiani?: lettera ai cristiani del Duemila».
È di tutt’altro tono, ma può essere affiancato a questo piccolo ma significativo elenco, anche il saggio, apparso in anni precedenti, di Miguel de Unamuno, con il titolo «L’agonia del cristianesimo». In quest’ultimo scritto il termine agonia è preso nel suo significato originario di conflitto e di lotta, per porre in risalto quanto c’è di difficile e di drammatico, nella vocazione cristiana, quando ci si accinge a porre coerenza tra i contenuti della fede e le concrete situazioni del vivere. In ogni modo tutti i saggi sin qui citati nascono dalla sensazione di qualcosa che serpeggia nell’istituzione cristiana con il potere di eroderne la forza vitale, riducendola a qualcosa di smunto e di spento, lontano, ormai, dal cuore dell’uomo.
E si noti che gli autori citati sono di fede cattolica, sia pure con sfumature che segnano e un po’ diversificano i rispettivi percorsi intellettuali. Non siamo, cioè, nel campo di Agramante, ove si potrebbe sospettare che gli interrogativi testé riferiti nascano non tanto dall’ansia di sapere come andranno le cose riguardo all’istituzione cristiana, ma dal desiderio che il traguardo ne sia l’estinzione e il totale oblio. Il sorgere di questi interrogativi ha, in ogni caso, dei motivi evidenti e senz’altro validi. Si sa, infatti, che, negli ultimi secoli, le categorie della cultura e le certezze collettive hanno subìto scosse continue e violente, e l’impressione diffusa è che, ai nostri giorni, tutto sia in ebollizione sempre più agitata e fervida.
Il regimen christianitatis dei secoli medievali, prolungatosi con fatica e non senza goffaggini nelle epoche successive e pronto a far capolino persino ai nostri giorni, si è sregolato ormai, nel suo insieme, e non sono né possibili – né, credo, augurabili – degli sforzi per un revival. Occorre, inoltre, prendere atto che, sia nei contenuti intellettuali sia nei risvolti della prassi, le novità recate dai cambiamenti già avvenuti e da quelli in atto, vanno tutte in senso opposto agli elementi ritenuti, per tradizione, fondamentali nella fede e nei comportamenti cristiani.
Sembra, dunque, ineludibile l’urgenza di prendere, all’interno dell’istituzione cristiana, decisioni importanti, tenendo conto di ciò che avviene nel fluire della storia, che è pur sempre, secondo la fede, «la tenda di Dio fra gli uomini». Ma come muoversi? Gli estremi vanno dalle posizioni di Mons. Lefèvre ai punti su cui da sempre torna Hans Küng. Occorre concludere. Riprenderemo il discorso, nella speranza di non aumentare la nebbia e di non smarrirsi nella selva in cui tutti i sentieri si perdono.
giuseppecremascoli

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