INTERVISTA A MONS.GIUSEPPE CREMASCOLI, IN OCCASIONE DEL 55°ANNIVERSARIO DI SACERDOZIO: 78 ANNI CON LE IDEE DI UN TRENTENNE !

Nella parrocchiale di Maccastorna, Mons. Giuseppe Cremascoli, recentemente, ha ricordato i cinquantacinque anni della loro vita sacerdotale. Dopo la celebrazione, Mons. Cremascoli ha rilasciato questa intervista alla signora Angela Cisari, Segretaria nazionale dell’Ordine Patriarcale della Santa Croce di Gerusalemme, presente con una folta rappresentanza alla cerimonia.

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Anzitutto grazie, monsignore, per la Sua disponibilità. Ha colpito tutti la Sua omilia , per cui Le rivolgo la domanda più ovvia ed elementare.:

Da quali pensieri e sentimenti si sente raggiunto in questa ricorrenza, volgendo lo sguardo ai cinquantacinque anni trascorsi?

La domanda non è affatto ovvia ed elementare e la risposta è assai complessa, anche perché gli anni dei miei pensieri e dei miei sentimenti non sono cinquantacinque ma quasi sessantasette, dato che voglio iniziare il computo dal 24 ottobre 1944, giorno in cui, con molti altri, ho varcato il portone – che mi sembrò enorme – di Via XX Settembre 30, a Lodi, entrando in Seminario. Di quei bimbi (si era dai dieci ai dodici anni), sopravvive ora con me, nell’esercizio del ministero, solo Mons. Virginio Fogliazza. Siamo in pensione ed è finito il tempo dei nostri precedenti incarichi (ma essere in pensione è un premio o una calamità?). Gli altri ci hanno preceduto nel ritorno a Dio o hanno preso altre strade.

Può sintetizzare in una formula i tratti caratteristici di ciò che è avvenuto in tutti questi anni? Eccola: mutano i tempi e noi mutiam con essi. Per degli estremi, cerco di portarla a un confronto tra come è il mondo oggi e una scena quasi quotidiana nella nostra Lodi degli anni dell’immediato dopoguerra. Dalle quattro alle cinque del pomeriggio le vie del centro della città, silenziose e senza macchine, ospitavano lunghe file di alunni del Seminario che andavano a passeggio. Rispetto agli anni precedenti questa immersion (non certo full!), nel mondo, era già una novità assoluta. In quelle file si procedeva rigorosamente abbinati, tutti in talare con il cappello rotondo (il saturno), il mantello d’inverno e la cappa (c’è ancora qualcuno che sa cos’è?) nelle altre stagioni. Era così dalla quinta elementare all’ultimo anno di teologia. Alcuni recavano in testa un saturno con tese quasi più ampie delle loro piccole spalle di bimbi.

Cosa si è, poi, verificato?

Si è verificato lo tsunami da cui tutto il mondo fu colpito. Nelle culture e nelle istituzioni si determinarono sconvolgenti per i quali, in altre epoche, occorrevano millenni, e ora c’è solo da sperare che – buttata dalla vasca l’acqua del bagnetto – non sia avvenuta la stessa cosa con il bambino che stava dentro.

Le faccio un’altra domanda, sperando di non metterla in difficoltà. Quali furono le ripercussioni di tutto ciò nella condizione ecclesiastica e nella vita del clero?

Un primo risultato fu la caduta a picco del numero di ingressi nello stato ecclesiastico. Oggi abbiamo seminari con pochissimi alunni e case parrocchiali disabitate. Sono caduti tutti i soccorsi e i puntelli che un tempo aiutavano, in qualche modo, a non venir meno ai doveri annessi alla condizione sacerdotale. Tutto, attorno al prete, contribuiva a imprimere nella sua mente l’idea dell’irreversibilità del suo stato. Su come ciò avvenisse, è tutto un altro discorso, ma le cose andavano così.

E oggi?

Oggi la fedeltà può nascere solo da una pienezza di fede intimamente vissuta, rinnovata senza sosta e alimentata da una granitica certezza di esercitare un ministero nel quale, nonostante tutto, si rende gloria a Dio e si lavora per essere di aiuto ai fratelli, sulle strade così misteriose in cui ci si affatica nei giorni a noi concessi.

Vanno benissimo la fede, la perseveranza, la preghiera e tutte le altre virtù. Ma, mi consenta, è stato fatto qualcosa di nuovo, nella struttura e negli apparati dell’istituzione cristiana, nell’intento di tener conto dei segni dei tempi?

Adesso mi sento proprio in difficoltà, ma non voglio sgusciare via. A mio parere la novità più significativa, restringendo lo sguardo all’ambito dei ministeri nella Chiesa, riguarda l’istituzione del diaconato permanente, il primo dei tre gradi del sacramento dell’ordine, al quale possono essere chiamati dei viri probati, cioè uomini ritenuti adatti ad assumere, nella Chiesa, i compiti annessi a questo ordine sacro. L’invito può essere rivolto anche ad uomini sposati, ai quali – mi consenta di dirlo – spetta in modo specialissimo la qualifica di viri probati, se risulta che hanno navigato bene nel difficilissimo oceano della condizione coniugale.

Il fatto è interessante e significativo.

Certo, anche se tutto sembra restare come in ombra, quasi non se ne debba parlare e, soprattutto, senza segni di una forte volontà di proseguire precisando, con statuti e nella prassi, intenti e compiti, creando strutture e procedendo con energia, determinazione e capacità innovativa, tutte cose alle quali nella mia lunga vita non mi è capitato spesso di assistere. Si tratta, insomma, di decidere se la condizione ideale per accedere agli ordini sacri sia uno stato di vir probatus già acquisito e, pur a giudizio umano, sicuro e saldo, o, invece, da acquisire con lunghi anni di formazione, a cominciare dalla giovanissima età. Inutile, poi, nascondersi dietro un dito. Nello sfondo c’è sempre il terrore che qualcosa possa scuotere l’attuale prassi della Chiesa latina riguardo alla condizione celibataria obbligatoria per il presbitero.

Quali speranze nutre per il futuro?

Se mi guardo attorno, non riesco a farne nascere molte in me. Vi sono muraglie che nessuno sembra in grado di poter in qualche modo scalfire. Ma guai a ragionare solo secondo schemi umani. Se avessero funzionato solo quelli, ora io non sarei qui a discorrere di questi temi con Lei.

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