l’incontro con il prof.mons.G.Cremascoli

Vi sono settori della convivenza in cui la condizione umana si manifesta in ciò che ha di complesso e di contorto, di doloroso e di ineluttabile. Non pensiamo ai grandi tornanti dell’esistenza, ma alle situazioni umili e quotidiane, quando le difficoltà e la fatica assumono tratti che sembrano tanto miseri e desolanti. Sono questi, infatti, i momenti delle prove più ardue, nelle quali tutto è a rischio e nel pericolo di vedere sgretolati progetti, sogni, affetti e valori ritenuti incrollabili in altre felici situazioni. Le insidie ci accompagnano sempre, ma, forse, soprattutto nel passaggio dalla giovinezza all’età matura e poi negli anni del tramonto, quando «si sta come d’autunno sugli alberi le foglie», e le ombre si infittiscono.
Conosco un signore di mezza età che è la personificazione di questa vicenda, con i travagli che l’accompagnano. Giovane brillante al liceo e all’università, entusiasta e fervido di progetti soprattutto nelle prime esperienze professionali, si lamenta ora, sia pure con classe, di essere costretto ad adempimenti burocratici e ripetitivi, fatalmente segnati dal dileguo di speranza nel futuro. Il personaggio ha molte risorse e non soccombe alla depressione e alla sterilità del lamento, anzi è così bravo da non indugiare nel ricordo di salti di carriera non avvenuti a suo favore, perché riservati a individui rotti ad ogni forma di astuzia e di pirateria.
Mi farebbe troppa tristezza – passando ad altro tema – sostare a lungo sul logorio che la quotidianità e la consuetudine introducono negli affetti e nei ritmi con cui i mortali ne vivono gli sviluppi e le tappe. Il problema, qui, è obiettivo e nei fatti, perché davvero c’è, all’inizio di ogni vicenda d’amore, una magia che rapisce, cioè lo «stato nascente» a cui è spontaneo attribuire l’impossibilità di morire. Mi rendo conto di aver fatto cenno ad un aspetto della condizione umana di fronte al quale occorre avere massimo rispetto, evitare ingenuità e semplicismi, soprattutto nell’ora che volge, in cui le risorse per uscire da certe strettoie sembrano scarseggiare sempre più. Certo, attrezzarsi psicologicamente contro la fatalità del declino è importante, ma tante altre cose restano poi da fare.
Tremenda è anche la crisi in cui ci si trova quando nasce l’impressione che l’aver tenuto fede a un paradigma di valori amato, difeso e onorato anche con non poche rinunce, sia stato uno sforzo, certo non da condannare, ma, in ogni caso, con risultati modesti e, soprattutto, di scarsa efficacia su ciò che non muta mai e che si ripresenta con eterno, sconsolante ritorno. Possono anche non nascere pentimenti e rimpianti, ma l’impressione è di aver dato amore a qualcosa di fragile e non in grado di reggere ai molteplici assalti di forze ostili, destinate a facili e sicuri successi.
Personalmente conosco una sola via per non essere inghiottiti dalle fauci del nulla, inteso come angoscia per l’assedio di ciò che sembra aver in sé la forza di sgretolare tutto, anche le cose più autentiche e vere e, per questo, molto amate. Bisogna compiere il balzo di fede verso il sovrumano e l’eterno, agganciando le cose del tempo alla fonte del loro essere, cioè all’autore dell’universo. Il vincolo deve essere saldamente custodito nell’intimo del proprio spirito e percepito nella potenza di salvezza, di cui reca il dono. Anche i piccoli e fragili soccorsi umani troveranno nuova linfa e forza. Di queste prospettive di fede ho visto, nei giorni a me concessi, non pochi testimoni.
Giuseppe Cremascoli

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