l’incontro con mons.G.Cremascoli dell’Università di Bologna

Gli antichi ebbero, nei confronti della vecchiaia, sentimenti dettati da incertezza, per la diversità dei punti di vista da cui ci si può porre nell’interpretare e nel vivere questa fase ultima del nostro terrestre viaggio. La definirono morbus, tale, anzi, di per se stessa e senza possibilità di appello, ma, in alcuni trattati, ne esaltarono i pregi, attribuendole propensione alla sapienza. Sarebbe, cioè, più facile evitare, in vecchiaia, gli errori tipici della giovinezza, i delicta iuventutis, nei quali è così facile cadere quando si è preda della sensazione di un tempo infinito, come avviene nell’insipienza della beata gioventù.
Molte cose sono mutate, sotto la volta del cielo, dai tempi antichi venendo a noi, ma, come sempre accade, il cuore dell’uomo non muta nell’abisso del suo mistero, approdando così anche oggi, nei confronti della vecchiaia, a pensieri e a comportamenti pur sempre segnati da incertezze e da contraddizioni. Un primo divario si nota fra chi, nell’accumulo sempre crescente degli anni, rimuove il pensiero e, di fatto, nega la realtà, e chi, invece, ancora abbastanza in pista, incomincia, per finzione, a definirsi vecchio, nella speranza, infondata e vana, di essere contraddetto e rassicurato da quanti, fingendo a loro volta, lo ascoltano compunti, prima di pronunciare qualche battuta prevista e scontata.
Dei due tipi, sin qui menzionati, è a rischio soprattutto il primo, perché il duello con la realtà porta a impegni gravosi, tali da suscitare persino tenerezza. Faccio un cenno a due casi. Pensiamo all’impegno profuso nel nascondere, nel proprio aspetto, i segni dell’avanzare del tempo, ricorrendo a interventi anche pericolosi e di esito incerto. Niente da ridire su questo impegno, purché si rimanga nei limiti del buon senso, evitando ciò che è dannoso e controproducente.
Per il secondo caso ripesco nella memoria certe assemblee del ’68 e dintorni, in cui i temi e il linguaggio dovevano ispirarsi ai moti giovanili, allora dirompenti. Per dovere d’ufficio erano costretti a farne parte anche i non più giovani, che si comportavano in modo diverso. Alcuni accettavano la situazione con stoica fermezza, mentre altri, per non sentirsi esclusi, imitavano, con qualche goffaggine, il gergo e persino l’abbigliamento dei giovani: ciascuno si difende come può.
Anzi, a proposito di difesa, è spontaneo qui pensare alla seconda categoria dei personaggi evocati, quelli, cioè, che parlano sempre della propria vecchiaia, soprattutto quando non ne portano ancora i segni in modo desolante. Gli ascoltatori abbiano tenerezza, perché la colpa dei loro interlocutori è umanissima e veniale.
Se mai ci si affidi alla splendida preghiera del salmo, rivolta così all’Eterno: «insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore».
Se non mi inganno, alla base di questa supplica c’è il desiderio di ricevere luce e conforto, nei giorni del terrestre viaggio, dalla memoria custodita e meditata degli anni trascorsi, misurati con realismo e saggezza al cospetto dei divini voleri. Il risultato sarà la sapienza del cuore, cioè il dono di una sovrumana saggezza che supera i piccoli calcoli e il pericolo di rifugiarsi in fragili, se pur umanamente assai comprensibili, menzogne.
L’Onnipotente ci soccorra, fra le ombre che avvolgono i sentieri dei nostri giorni che passano.
mons. Giuseppe Cremascoli

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