Incontro con il prof.mons.G.Cremascoli

“QUANDO TORNERA’ IL FIGLIO DELL’UOMO, TROVERA’ ANCORA LA FEDE SULLA TERRA?”

Ciascuno di noi si impressiona di fronte a frasi o a pensieri in cui si imbatte nel corso dell’esistenza, in momenti segnati da una speciale capacità di percezione e di ascolto. È una sorta di grazia divina e non bisogna usarne male o sciuparla. Ho vissuto una di queste esperienze in anni lontani, credo all’inizio del ginnasio, quando, aprendo a caso il Vangelo, lo sguardo mi è caduto su questo drammatico interrogativo di Gesù, raccolto e trasmesso da Luca (18, 8): «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

            Si sa che i tempi ultimi, nei quali i cristiani si pongono in attesa del ritorno del Signore, sono destinati ad essere raggiunti dalla prova e dalla tentazione, per il compiersi, quanto alla fede, di eventi misteriosi e tragici, tali da indurre in errore, se fosse possibile, anche gli eletti. Non mi turbava però – in quella mia lontana adolescenza e, meno ancora, nei molti decenni ad essa seguiti – il pensiero delle difficoltà e delle prove da superare per custodire intatto il dono della fede. Mi interrogavo, invece, sul tipo di fede a cui si riferisce il Signore nel citato versetto evangelico. Si tratta della fede cristiana, con i suoi contenuti tipici, mai proclamati al di fuori di essa e così inconfondibili da essere ininventabili, o della fede tout court, intesa come accettazione del totalmente altro, dell’insieme di ciò che ci supera e che, pur sentito da molti come inafferrabile e sfuggente, è, al contempo, avvertito almeno come eco e sussurro?

            In altre parole. Quel versetto evangelico può essere inteso come un monito rivolto a tutti – ma in primis ai credenti – a stare pronti ad una prova ardua ed estrema, cioè a vivere e a custodire la fede pur in mezzo a masse di individui ed a culture interessate unicamente a ciò che è terrestre e verificabile? Si sa che, in tale confronto, la difficoltà è tutta sulle spalle dei credenti, costretti a difendersi dall’accusa di rincorrere dei fantasmi, mentre sarebbe saggio fermarsi a ciò che sta sotto gli occhi e che può essere dominato nella ricerca e con i soccorsi della razionalità.

            In questo processo la cultura dell’Occidente sembra giunta a un punto di speciale intensità e decisivo, dopo un percorso i cui tratti vanno individuati nei messaggi elaborati nelle filosofie imperanti negli ultimi secoli, tradotte, in alcuni casi, in sistemi di potere e di governo che tutti conosciamo. È per questo che siamo lontanissimi non solo dalla cultura del medioevo cristiano, ma anche da quella del mondo classico, che ammetteva, al di sopra di noi, almeno un Olimpo, in qualche modo invocato.

            I credenti di oggi si trovano in un contesto di pensiero e di vita abitato dagli orfani dell’Assoluto, rispetto ai quali sono in minoranza e, quindi, possibili vittime di complessi di inferiorità. I problemi che ne conseguono sono infiniti e ci sarà solo possibile intravedere qualcosa e delinearne delle tracce. Non si dimentichi che viviamo in un’epoca di trasformazioni profonde anche nei meccanismi del pensiero, imperversando i mass media e la tecnocra.  Quali sono allora, nell’oggi in cui viviamo, gli sforzi da compiere per decodificare le categorie del discorso biblico, così da renderlo accessibile senza snaturarne i messaggi? Sarà ancora possibile cogliere tutta la ricchezza dei simboli dell’arte cristiana e della liturgia? Deus propitius esto.

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