incontro settimanale con mons.G.Cremascoli

Nostalgia del passato  o sincero affetto  verso la lingua latina nella liturgia? Un sincero affetto  mai spento !

Chi ha buona età (pietosa bugia per dire: chi è vecchio) ha vissuto l’epoca della riforma liturgica, nella quale uno degli aspetti più vistosi fu il passaggio dall’uso del latino a quello delle lingue ora parlate nelle varie parti del mondo. Pagine e pagine furono scritte su questa vicenda, prima, durante e dopo, in un infinito intreccio di opinioni e di punti di vista, come capita sempre quando ci si butta a capofitto nelle controversie, sino a non capirci più nulla.

            Personalmente ho vissuto quel passaggio con la sensazione dell’ineluttabilità del suo compiersi, soffrendone, però, e con la certezza che avrei conservato una perenne e struggente nostalgia di un mondo che stava scomparendo per sempre. Sull’inevitabilità della scelta avevo ormai pochi dubbi. Mi chiedevo se avesse un senso usare una lingua ignota a quasi tutti, nella quale venivano proclamati testi sublimi di fronte ad ascoltatori costretti alla più totale rassegnazione.

            Quanto ai sacerdoti che officiavano i riti, non si osava (o gran bontà dei cavalieri antiqui!) procedere a controlli sul grado di comprensione, da parte loro, dei testi delle celebrazioni, in uso nell’amministrazione dei sacramenti o anche, ad esempio, nella recita del breviario. Senza andare troppo lontano: quanti conoscevano il senso del ‘cernui’ cantato  nel ‘Tantum ergo’ delle benedizioni eucaristiche,  allora celebrate con frequenza, con tanta fede e commossa pietà? Ecco, allora, un punto da non dimenticare: quei testi, capiti o non capiti, ispiravano, nonostante tutto, atti di fede, slanci di pietà e ardori di suppliche. La convinzione dell’opportunità di passare a lingue note e vive, aveva, però, a fondamento, il dato inoppugnabile che tutti quei valori avrebbero ottenuto consapevolezza e razionale partecipazione se accolti in formule coniate nell’idioma consueto e in uso nella vita dell’orante.

            Voglio aggiungere un altro elementare pensiero, desunto dalla concretezza dei fatti. Riusciamo a immaginarci cosa sia e cosa fatalmente diventi un testo latino pronunciato da chi pensa e parla con strumenti linguistici di struttura radicalmente diversa? Non sto pensando agli idiomi remotissimi dell’Asia o dell’Africa. Mi basta il ricordo di una messa in latino celebrata da un sacerdote statunitense, alla quale mi capitò di assistere. Mi vidi costretto a grandi sforzi sia per non perdere l’attenzione devota, sia per rendermi conto di dove si fosse giunti nel procedere del rito, perché le formule erano pronunciate in modo da essere quasi incomprensibili.

            Il problema in realtà era antico, perché s. Bonifacio, apostolo della Germania fra il VII e l’VIII secolo, fu costretto a chiedere lumi al Pontefice sulla validità dei sacramenti amministrati da alcuni sacerdoti che, di fatto, pronunciavano le formule latine stravolgendole orribilmente nei vocaboli e nella pronuncia.

            Mi chiedo allora: perché, di fronte a tanti motivi per sostituire il latino con le lingue volgari, mentre avveniva quel passaggio avvertivo una sofferenza acuta, unita alla certezza di una nostalgia che mi sarebbe rimasta sempre nell’anima? Cercavo risposte e non era difficile trovarne, pensando a ciò che si stava perdendo e dando ascolto a interrogativi che, nell’inconscio, già vagamente affioravano. Fra questi ultimi, uno – relativo a un problema  ora dilagante – non poteva, a quei tempi, essere formulato. Vorrei parlarne, ma ho raggiunto il massimo imponibile quanto a spazio e a tempo. Ci si ritroverà.

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