accanto al foco con mons.G.Cremascoli

l’omilia è  per definizione una conversazione sul testo sacro, perchè leggere un testo scritto che tanto annoia  ?

Spesso, per divagare o perché in cerca di un angolino in cui rincatucciarmi, affronto, con timore e tremore, un tema assai arduo fra quanti pullulano quando si discorre  della comunicazione.  Tratto cioè, ahimè, cioè del modo di comunicare nelle omelie, che sono il tramite classico, sin dai primi tempi cristiani, per l’annuncio dei contenuti della fede, soprattutto nelle celebrazioni liturgiche. Oggi tutto è in crisi e pare che la prassi omiletica non ne sia preservata. Qualche tempo fa  una voce autorevole, all’interno della gerarchia della Chiesa, ha posto l’accento su questo fatto in termini inequivocabili  e tali da non poter essere in alcun modo smentiti.

            Si deve, però, aggiungere che ogni buon prete sente in sé – in termini anche di sofferenza – l’enorme difficoltà del ministero della predicazione, sia perché è consapevole della povertà di ogni parola umana, fosse anche la più intelligente e forbita, di fronte al mistero di Dio, sia perché avverte l’enorme distanza che sempre più si determina tra i contenuti della fede e le certezze dominanti nella cultura oggi in auge nell’Occidente, secolarizzata e aperta solo a ciò che è terrestre e tecnicamente verificabile.

            Mettersi, in questa sede, a fare i soloni e a dettare leggi al prossimo in una materia così delicata, sarebbe ridicolo e patetico. Qualche interrogativo può, tuttavia, e deve essere formulato, con accenti, anzi, di speranza e di fede, fondati sulla certezza che la difficoltà nel trasmettere l’annuncio cristiano è così grande da meritare su di sé l’aiuto della grazia divina. Si sa, però, che formulare degli interrogativi è evocare dei problemi e, magari, toccare dei nervi scoperti, correndo forti rischi che qualcuno ti tiri le pietre.

            Prima domanda: non è che si predica fin troppo? Assegnare l’omilia ad ogni celebrazione e per tutto l’anno liturgico sarà un segno di grande fervore e di zelo, di fronte al quale personalmente mi inchino con riverenza. Ciò comporta, però, un grandissimo impegno per sacerdoti già gravati da tante cure. Un’omelia, anche se breve, esige tranquillità e tempi di preparazione, mancando i quali il discorso risulterà disordinato e incerto, con il pericolo di dilatarsi nel tempo, finendo nebuloso e disastrato.

            Ecco allora la seconda domanda: non è che le omelie, mediamente, sono un po’ troppo lunghe? Non si tratta di cedere alla fretta, male terribile del nostro secolo, ma di impegnarsi con tutte le forze per l’essenzialità, così che l’annuncio risulti espresso con efficacia e chiarezza.

            Altra domanda. Si tiene sempre conto del pubblico a cui ci si rivolge e del grado di disponibilità all’ascolto di cui esso è dotato? In alcune celebrazioni (matrimoni, funerali, ad esempio) in molti degli astanti tale grado è bassissimo, e non sarà possibile, per l’omileta, far finta di nulla.

        l’Omilia è una conversazione sul testo sacro…perchè leggere un testo scritto?    Il tema è sterminato e i problemi sono senza numero. Bisognerebbe, inoltre, dire qualcosa sulla scelta dei contenuti e sui metodi da adottare quanto al linguaggio e allo stile. Formulerei anche questo interrogativo: è meglio parlare sempre a braccia o non sarebbe più utile, almeno in certi casi, leggere un testo scritto e ben meditato? Vorrei riprendere il discorso se ne avrò le possibilità. Mi aspetto critiche, ma ho speranza di sopravvivere.

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