al canto del fuoco con mons.Cremascoli

Concludevo, qualche giorno fa, l’intervento formulando, a voce sommessa, una domanda retorica combinata così: «riguardo all’esame di coscienza, c’è ancora qualcuno che osa parlarne?» Da questo interrogativo lo sguardo della mente, se non è ancora ottenebrato, è colpito con forza e con rimando inevitabile ad altri temi, anch’essi molto vivi nella tradizione cristiana, prima che le grandi ombre del dubbio avvolgessero i capisaldi della cultura dell’Occidente. Come non pensare, ad esempio, alla dottrina del peccato originale, e, in connessione, alla fede nella redenzione offerta all’uomo non dalle sue povere risorse ma dalla grazia e dai doni di salvezza elargiti dall’onnipotenza divina?

L’esame di coscienza è, infatti, un percorso dell’anima tra estremi, quali sono il peccato dell’uomo e la pietà dell’Altissimo, perché quest’ultima sciolga i drammi di morte prodotti dal male e dei quali la creatura si è resa conto, giunta al prodigio di una vera e consapevole conversione. È questo l’approdo a cui tende ogni esame di coscienza quando è onestamente compiuto, in obbedienza – o almeno senza pervicaci ripulse – nei confronti della grazia divina, che agisce, con forza preveniente, sulle possibilità di bene della nostra volontà.

Per non opporre barriere, con un cattivo uso della libertà, a questa azione divina, bisogna, però, essere convinti di una realtà la cui tragica consistenza giganteggia sempre più di fronte a noi, e della quale, inspiegabilmente, cerchiamo di non tenere mai conto. Nel lessico cristiano si tratta del peccato originale, cioè dell’inclinazione al male dalla quale è segnata ogni creatura umana, nelle forme più varie, che si esprimono dalle piccole e pur devastanti trasgressioni di ogni giorno, sino alle tragiche apparizioni dello spettro di Caino, che sembra, oggi, scatenarsi con sconfinata potenza di condurre a rovina.

Fondamentale, nell’esame di coscienza, è la convinzione dell’incombere di una terribile eventualità da cui nessuno deve sentirsi infallibilmente preservato, quella, cioè, dell’improvvisa discesa di una fitta coltre di tenebre sugli occhi dell’anima, di una tragica cecità che impedisce di scorgere l’approssimarsi del baratro. Le cronache ci informano fin troppo minuziosamente sugli orribili effetti di queste tragiche realtà. È a questo punto che, dell’esame di coscienza, va ricuperata la funzione importante e preziosissima del prevenire, cioè del rendersi conto, quando le facoltà ancora funzionano, che lo spettro di Caino si aggira nei pressi, con le sue arti di colpire e di trarre in inganno. L’attenzione deve essere vigile e costante, perché al baratro si può giungere anche a piccoli passi, con progressiva cecità.

Quel che importa è di tener desta la fede nella grazia divina, che previene e illumina, soprattutto se tenacemente invocata. C’è dunque, per così dire, anche una conversione preveniente, cioè un accumulo di forze di salvezza elargite dalla pietà divina per evitare l’abisso, sfuggendo, così, alla tragedia di piombarvi a rovina. Perché si rifugge da questi – in fondo – elementari pensieri e da queste irrefutabili verità? La nostra cultura ama distruggere e gettare al macero, spesso senza suggerire nulla per rimpiazzare ciò di cui si resta privi. Si sa che, agendo così, è come buttare dalla vasca, con l’acqua del bagnetto, anche il bimbo.

dal blog rai vaticano

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