al canto del fuoco

Ancora a proposito di errori involontari (o volontari solo in causa) che nascono da disattenzione e da noncuranza nei confronti degli altri e in tutti gli ambiti della realtà, dal profano al sacro. I casi nascono spesso da situazioni di difficoltà nelle quali, però, mutano le circostanze e i contesti. Ci sarà capitato – o potrebbe succedere in futuro – di dover attraversare sottopassaggi di ferrovie o corridoi di certi ambienti ove si sta stretti e, in certe ore del giorno, anche in molti, a far massa. Se si è in tanti, tutti cercano di muoversi con solerzia, perché è evidente che non c’è né spazio né tempo da perdere. Quando invece la situazione è tranquilla, possono nascere speciali difficoltà.

Può capitare che tre o quattro persone, munite di pacchi e di troller, camminino affiancate con tranquillità e calma perché in anticipo sulla tabella di marcia e fruendo anche della possibilità di una gradevole e indisturbata conversazione. Se si tratta di un passaggio obbligato anche per voi, allora dovete solo augurarvi di non avere fretta e, in ogni caso, di cavarvela con mezzi efficaci e non disonorevoli. Tra questi non metterei il sistema, spesso adottato, di annunciarsi con potenti colpi di tosse o pestando il pavimento con la suola delle scarpe. Se chi vi sta davanti è immerso nella conversazione e ha dei pensieri particolarmente cari da esprimere, i vostri sforzi saranno vani. Meglio sarebbe fendere la barriera con metodi più decisi, approfittando di qualche varco esistente nell’affiancarsi delle persone e dei bagagli. L’impresa non è semplicissima perché i distacchi vanno e vengono, nell’ondeggiare delle situazioni. Trovato il varco, è bene procedere spediti e con fermezza, specialmente se, nel sorpasso, ci fosse stato anche un piccolo, modestissimo scontro con qualche gomito che sporgeva o, peggio, con dei bagagli un po’ fuori posto.

Un’analoga situazione, ma con minore possibilità di cavarsela, si determina quando su una strada stretta, di città o anche fuori, due macchine si trovano allineate, una dopo l’altra, nel percorso. Supponiamo che qualcuno di voi  stia in seconda posizione, un po’ in ritardo e, quindi, con fretta. Dovete augurarvi che sia così anche per chi sta davanti, perché se quel tale procedesse con eccessiva calma e noncurante di voi e non ci fosse alcuna possibilità di sorpasso, allora nessun rimedio potrebbe risultare efficace. Alla base di tutto c’è l’atteggiamento connaturato in noi di badare soprattutto a sé e non agli altri.

È possibile qualcosa di analogo nell’ambito delle cose sacre? Credo di sì, e ciò, ad esempio, quando, con la più retta delle intenzioni e nel desiderio, in chi presiede, di annunciare con fervore la Parola di Dio, le celebrazioni eucaristiche procedono con inserite in sé, senza che alcuna norma lo imponga e anche quando il buon senso lo vieta, aggiunte, commenti, spiegazioni e – quod Deus avertat – una chilometrica omelia. Tutto ciò può essere conforme al fervore del celebrante ma è davvero utile per chi non ha alternative all’ascolto di parole umane, anche quando esse sorpassano per quantità quelle fissate dalla sublime, divina sobrietà dei testi liturgici, soprattutto nella prassi latina? Se anche nelle cose sacre si pensa più agli altri che a sé, ciò è certamente gradito a Dio.

Giuseppe Cremascoli

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1 Commento

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Una risposta a “al canto del fuoco

  1. Hai ragione, Monsignore !
    C’è chi crede dover far risaltare la sua personale cultura, quando parla alla gente.
    Non importa se poi non comunica nulla a causa del suo linguaggio troppo forbito o per il contenuto troppo alto.
    Mia Madre, donna saggia, diceva a noi due figli preti;” quando parlate , immaginate che tutti abbiano la poca cultura di vostra mamma….come se foste in cucina a parlare con lei .
    Vi farete così capire da tutti e si avverrà l’annuncio del Vangelo”.

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